La semiotica e la macchia di sugo.

Semiotica e semiotica del testo. Ho rimediato due 28. Primo e quinto anno. In mezzo, tanti altri esami, tante ore in biblioteca con le “comari” e quadrati semiotici come se piovesse: ci abbiamo “analizzato” qualsiasi cosa: politici nazionali e locali, i personaggi di Friends, pubblicità di merendine e automobili, i ragazzi carini che circolavano in facoltà. Lo ammetto, se oggi dovessi collocare sul mitico quadrato Salvini, Di Maio, Conte e non so chi altro mi verrebbe un attacco di panico (e non per il quadrato). Però, ogni tanto la semiotica, croce e delizia, di noi ex studenti e studentesse, di Scienze della Comunicazione mi torna in mente.

L’altro giorno, ad esempio, dopo l’uscita da scuola, osservavo con attenzione scientifica le macchie sui vestiti del selvaggio. Chiunque da una macchia di sugo, sarebbe risalito alla pasta al pomodoro e fine della storia. Io no. Ho dovuto scomodare la tripartizione segnica di Peirce: icona, indice, simbolo. Indubbiamente, mi trovavo di fronte a un indice ovvero a un segno in cui significato e significante sono legati da un rapporto di tipo fisico o di contiguità. Insomma, la maglietta del pargolo era venuta a contatto con la pasta al pomodoro della mensa.

Scuserete inesatezze ed eventuali imperfezioni ma davanti ad una macchia di salsa mi pareva eccessivo chiamare in causa il Trattato di semiotica generale, titolo che ancora, a distanza di 20 anni, nomino con reverenza quasi religiosa. Ma siccome, reminiscenza chiama reminiscenza, mi è balzato alla memoria nientepocodimenochè Guglielmo da Baskerville e il suo acume nell’individuare la strada presa da Brunello. (Vabbè, lo ammetto: ho appena visto la serie tv e sto rileggendo il romanzo di Umberto Eco).

Allora perchè fermarsi ad un “pasta al pomodoro” se il testo che avevo di fronte (la maglietta sporca) mi avrebbe permesso di risalire al formato di pasta e magari anche al gradimento da parte del fanciullo? Dunque: la macchia era ben delineabile, di una forma irregolare. Non poteva dunque trattarsi di uno spaghetto che avrebbe, invece, lasciato una traccia simile a quella di un cordoncino imbevuto di colore e trascinato o lasciato penzolare. Pasta corta, dunque. E credo gli sia pure piacciuta, perchè non si è fermato a pulirla col tovagliolino, operazione che avrebbe rallentato di qualche secondo il pasto e potenzialmente compromesso il ricorso al “bis”.

La macchia era solo una e ciò mi induce a pensare che stia stato molto attento a non farla cadere. Comportamento riconducibile a molti motivi ma tra cui considero degno di nota il “volerla mangiare tutta”. Un punto a favore della bistrattata mensa, dunque.

Inoltre, il colore e la consistenza della macchia non sembrano lasciare dubbi circa il fatto che si sia trattato di un sugo realizzato con salsa di pomodoro in bottiglia o barattolo e non ottenuta da pomodori freschi o pelati. Qui, si potrebbe andare oltre i limiti dell’interpretazione (lo so, il concetto in questo contesto è un po’ tirato ma dà un tono) e disquisire sulla mensa tout-court ma non è mia intenzione farlo.

Una lente di ingrandimento mi avrebbe permesso, forse, di capire se l’elemento venuto a contatto con la maglietta fosse liscio o rigato e risalire magari al formato esatto. Ovviamente non mi sono spinta a tanto. La prossima volta, lo prometto, mi limiterò a chiedere al ragazzuolo cosa ha mangiato o a consultate il menù in bacheca o online.

Le immagini utilizzate provengono dalla rete, ma giuro di avere ancora qualche quaderno con dei quadrati semiotici in giro per casa.

Seguitemi e condividete se vi va
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