Halloween prima di Halloween: is Animeddas, le zucche e altre storie

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In seconda media la prof. di lettere ci assegnò come compito quello di intervistare i nonni e gli anziani di nostra conoscenza per scoprire come festeggiavano Ognissanti. L’esperienza si è poi ripetuta con Natale, Pasqua e la vita in miniera. Il frutto di queste indagini collettive veniva poi trascritto, stampato e spillato. Probabilmente questi piccoli fascicoli sono ancora da qualche parte a casa dei miei. Credo che la mia curiosità per le tradizioni popolari sia nata così.

Il primo di questi lavori, come ho scritto, fu dedicato alle celebrazioni di Ognissanti e alla commemorazione dei defunti. Fu in quell’occasione che scoprì che gli anziani ricordavano con piacere e nostalgia un’ usanza poi scomparsa: quella di lasciare la tavola apparecchiata in modo che i morti, di passaggio quella notte, potessero sfamarsi. 

Ogni anno, quando il tormentone “Halloween sì o no” torna puntuale come l’ora solare, ripenso a questa usanza e al confine, sottile e mai netto, che separa sacro e profano.

L’anno scorso nel cercare on-line tracce di questa tradizione mi sono imbattuta in un testo di Isa Patta, uno scritto in lingua sarda, pubblicato nel 2004 su L’Unione Sarda.  La scrittrice racconta che quando era bambina a Samugheo i ragazzini più grandi intagliavano delle grosse zucche in modo che assomigliassero a delle facce e, dopo averci messo dentro delle candele accese, le issavano sul muro del cimitero. Queste zucche dovevano sembrare fantasmi in fuga dalle loro sepolture.  La storia de “sa croccoriga a conca e mortu” mi ha colpito proprio per la presenza dell’ortaggio visto in tanti film americani.

Una lettura tira l’altra e link dopo link, grazie anche a degli amici appassionati di cultura e tradizioni popolari, ho avuto altre piacevoli sorprese. Leggendo qua e la ho ritrovato l’antica usanza di lasciare la tavola apparecchiata che tanto m i aveva affascinata alle medie. Questa tradizione deriva dalla remota credenza popolare secondo cui tra il 31 ottobre e il 2 novembre i morti tornino nelle loro case ed è diffusa in tutta la Sardegna.  La tradizione insegnava che i morti tornassero a visitare i luoghi e le persone care e per accoglierli gli si lasciava un pasto e in alcuni casi la possibilità di accedere alla credenza aperta. Dalla tavola imbandita erano però banditi i coltelli di cui i morti avrebbero potuto servirsi in modo improprio.

Gli appuntamenti tradizionali assumono nomi diversi nelle diverse zone dell’isola ma Is Animeddas del Sud e su Mortu Mortu del Nord, per citarne solo due, hanno molti tratti in comune.  Un po’ ovunque i ragazzini e i bambini del paese bussavano alle porte in nome delle anime del Purgatorio e ricevevano in dono frutta secca e dolci a base di mosto cotto come le Pabasinas e su Pani’e saba, ancora oggi confezionati per questa ricorrenza. Naturalmente nel bussare alle porte non dicevano “dolcetto o scherzetto” ma frasi come “seus benius po is animeddas” e simili.

È stato ipotizzato che i gruppi di bambini e ragazzini, a volte vestiti di stracci, che facevano la questua nei paesi, rappresentassero le anime dei morti che in quelle notti tornavano sulla terra. Grazia Deledda racconta che a Nuoro, la sera di Ognissanti, i sagrestani vagavano per il paese, armati di campanaccio, e bussavano alle porte chiedendo su mortu-mortu, imitati da “compagnie di ragazze allegre e di bimbi”. Gli uni e gli altri poi dividevano e divoravano il “frutto di questa bizzarra raccolta”.

Ciò che però ha destato in me maggiore curiosità è stata la presenza della zucca intagliata. Gli appassionati e gli studiosi di tradizioni popolari segnalano la sua presenza a Gadoni dove si celebra il rito de Is Fraccheras e in altri paesi. L’usanza di dare alla zucca le sembianze di un volto umano era diffusa anche in Calabria e in Puglia. A Serra san Bruno veniva intagliato su “coccalu” e zucche simili a teschi venivano portate in giro per il paese a Nicotera e Limbadi. In Aspromonte, inoltre, esisteva la tradizione di imbandire la tavola per i defunti. In Puglia, Ad Orsara la zucca è sempre stata protagonista della notte dei Fucacoste e cocce priatorjie.

Insomma la zucca era protagonista dei giorni a cavallo tra ottobre e novembre molto prima che noi la vedessimo nei film e nelle serie tv americane. L’uso di quest’ortaggio autunnale era diffuso nei festeggiamenti popolari legati alla commemorazione dei defunti in diverse regioni italiane e dunque non è stato importato dall’America  e forse  grazie alle tradizioni d’oltreoceano sta conoscendo una sorta di ritorno.  Secondo alcuni non solo l’uso della zucca scolpita non proviene dall’America ma ha addirittura compiuto il percorso inverso. L’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani sostiene ad esempio che le usanze dei emigrati del Sud Italia siano state esportate negli Stati Uniti e qui si siano mescolate ad altre tradizioni analoghe come quelle, di origine celtica, provenienti dall’Irlanda.

Nel mio vagare mi sono imbattuta anche in un racconto di Andrea Camilleri che con il suo stile inconfondibile racconta di quando era bambino e dell’emozione di cercare il cesto colmo di giochi e dolci che i morti avevano riempito e nascosto.

La presenza di tradizioni simili è sempre una bella scoperta. Quelle che si susseguono dal 31 ottobre al 2 novembre  appaiono accomunate dal desiderio di superare simbolicamente, il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Un desiderio dietro cui si celano i bisogni, antichi probabilmente come la stessa umanità, di parlare della morte e di esorcizzarla, di ricordare e incontrare chi ci ha già lasciato.

Halloween non è una ricorrenza che mi ha mai esaltato parecchio. Sono stata ad una festa solo una volta, l’ultimo anno di liceo (epoca in cui ogni occasione era un ottimo pretesto per organizzare una serata tra amici). Quando ( come stasera) le mie bimbe hanno chiesto di andare a fare “dolcetto scherzetto” ho acconsentito, trovandolo un gioco innocente e divertente. Questo momento ludico non ci ha mai impedito di cogliere anche il senso cristiano di Tutti i Santi e della commemorazione dei defunti, come ha efficacemente spiegato anche Alberto Pellai.

L’ormai annoso dibattito sull’opportunità o meno di festeggiare Halloween non mi appassiona affatto e resto convinta della possibilità di farlo anche senza cadere per forza nella sua deriva commerciale. Subisco invece il fascino della presenza di rituali simili in culture diverse, il loro mescolarsi, arricchirsi e trasformarsi che ne permette la sopravvivenza e la riscoperta. E se Halloween fosse un pretesto per parlare anche di queste mescolanze?

 

 

 

 

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