Memorie di una (ex) precaria felice

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Se c’è una situazione che ancora non ho imparato a gestire è quella in cui qualcuno mi chiede “che cosa fai?” o ancora peggio “dove lavori?”. Ormai ho imparato a non abbassare lo sguardo e a non far finta di non capire che la domanda sia rivolta a me. “Lavoravo nella redazione tal dei tali” rispondo, sperando che l’imperfetto convinca il mio interlocutore a desistere da eventuali altre domande. Spesso questo accade mentre altre volte sono costretta a dover spiegare il perché di quel imperfetto. “La nascita del piccolo ha coinciso con una crisi aziendale, avevo la partita Iva e come altri colleghi la collaborazione è saltata e non sono riuscita a rientrare nel giro”.

A questo punto mi faccio cupa in volto e ripasso mentalmente il lungo elenco di ragioni di questa situazione. Con una lucidità che spesso manca alla sinistra dopo una batosta elettorale metto in fila i miei punti di debolezza caratteriali e professionali. Per non buttarmi troppo giù condisco il tutto con una contingenza economica e sociale che non mi ha facilitato la vita.  A questo punto per non lasciarmi andare ad un categorico e deprimente ” sul piano professionale ho sbagliato tutto” provo a ripercorrere gli ultimi dieci anni.

Riavvolgo il nastro degli eventi e torno all’autunno del 2006 quando nel giro di pochi mesi termino il master, supero lo scritto dell’esame di stato e mi sposo. A marzo 2007 ho in tasca il mio tesserino da professionista: il primo colloquio arriva dopo poche settimane, seguito a distanza di giorni dal secondo, quello che mi porterà al mio primo e unico vero lavoro.  Entro per la prima volta in redazione a giugno e ad agosto inizia a far capolino la mia prima pancia. Tutto procede per il meglio e lavoro fino alla data presunta del parto. Torno in redazione pochi mesi dopo affidando la piccola, ancora troppo piccola per il nido, alle cure delle nonne che si alternano a casa nostra. Negli anni seguenti mi sono chiesta spesso se  davvero quella sia stata la scelta giusta: forse nel vano tentativo di auto-assolvermi mi sono sempre risposta che “era la scelta che più mi pareva giusta in quel momento”.

I mesi passano e la gnoma inizia il nido. La partita Iva ha pregi e difetti: tra i primi rientra sicuramente la possibilità di tenere insieme lavoro e famiglia. I guadagni non sono alti ma faccio un lavoro che mi piace e questa è sicuramente una soddisfazione. Intanto scopro di essere portatrice di una nuova pancia: stavolta la gravidanza riserva qualche piccolo incidente di percorso ma tutto si risolve per il meglio. La gnoma numero due nasce a novembre del 2009 e sto a casa con lei fino ad aprile dell’anno dopo.

Al mio ritorno in redazione non ci sono novità rilevanti e gli anni successivi scorrono abbastanza tranquilli. Imparo, sbaglio, scovo la notizia giusta e prendo dei buchi, la routine si alterna all’adrenalina di qualche fatto di cronaca e all’agitazione pre-elettorale.  Tg dopo tg, grazie anche alla mia capo, costruisco quella che definisco la mia personalissima forma di conciliazione famiglia-lavoro. Salve le, fortunatamente rare e soprattutto non gravi malattie delle bimbe, sto in redazione dalle nove alle sedici: un orario che mi permette di recuperare le gnome al nido o alla materna e trascorrere la serata con loro. Una o due volte a settimana smonto alle 14.00 e riesco a portarle in piscina. Non ho mai chiesto un euro in più rispetto a quanto pattuito inizialmente ma ho cercato di ottenere ciò che mi serviva sul fronte tempo. Nei mesi in cui lavoravo di più superavo, anche se di poco la barriera dei mille euro, risparmiandone tanti, insieme a tanti sensi di colpa, sulla babysitter. Definisco senza esitazione la me di quegli anni “una precaria felice”.

Tutto fila liscio fino al 2012: l’anno dei terremoti. Tra maggio e giugno la terra trema e il terremoto diventa il filo conduttore di ogni edizione; ad agosto un sisma personale mi sconvolge. Il lavoro si rivela uno degli elementi essenziali per non soccombere al mio lutto. Intorno a me si fanno più evidenti i segni di una crisi che inizia ad entrare anche tra i tavoli della redazione. Fingo di non accorgermene: sono di nuovo incinta e non ho la forza e la testa di cercare un altro lavoro. Tra alti e bassi arriva il 18 luglio: conduco il tg del pomeriggio e saluto i colleghi. “Vai in vacanza?” ” No, domani è il gran giorno”.  Quello è stato il mio ultimo tg.

Perché ho raccontato questa storia non lo so neppure io. Il perché e il per come di quello che è successo dopo, almeno sul piano professionale, è un fitto intreccio che ancora non riesco a sbrogliare. Non so neppure se ci riuscirò. Il tempo scorre inesorabile, alcuni farò sono rimasti tali, altri si sono rivelati meno semplici del previsto. Reinventarsi non è un gioco, rimpianti e timori sembrano inseguirmi. Forse il perché di queste parole è banale quanto ingenuo: è tempo di provare nuove strade.

 

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2 pensieri riguardo “Memorie di una (ex) precaria felice

  1. Mi è piaciuta moltissimo, la tua storia… Dal titolo avevo pensato che “ex” si riferisse al fatto che precaria non lo sei più. In un certo senso, in effetti, è così. Ci sono sempre dinamiche esterne che si annodano a dinamiche personali. Ma questo non significa sensi di colpa: anche io, su di me, quante ne potrei dire… Per esempio che ho una laurea in Architettura ma ho studiato senza convinzione, e così mi sono laureata solo per non buttare via tutti quegli anni. Ma avevo già deciso di svignarmela dalla possibilità reale di lavorare in quel campo: sentivo di non aver imparato nulla e l’esame di stato mi terrorizzava, così non l’ho mai fatto. Facevo la segretaria, sai? E non c’entravo un cazzo con alcuno degli uffici che ho calcato, con alcuno dei capi da cui mi sentivo trattata come una Cenerentola. Ero (e sono) la razza peggiore: orgogliosa e (forse) presuntuosa perciò incapace di accettare ruoli che considero da poco per le mie capacità, eppure senza quell’autostima e determinazione che allora mi porti davvero ad affrontare il mondo. I figli sono stati una scelta ottima, l’unica di cui sia mai stata certa. E poi… e poi ricomincio da quello che amo: scrivere. Ho buttato via una laurea e un pacco di anni. Ed è molto probabile che nemmeno la scrittura mi porti chissà dove: colpa del mercato editoriale? Ho scelto un campo troppo difficile? Colpa della mia poca determinazione? Devo saper leccare di più? O va bene così, accontentarsi? Ognuno trova le proprie personali risposte. E, poi, le rimette in discussione. 😉

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