Gianni, Pierino, il bosco e le medie

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“Mamma, l’angolo ottuso è quello con più di 90 gradi. Giusto?”. La domanda mi coglie mentre sto caricando la lavatrice.  “Sì” risponde il papà, impegnato a rassettare la cucina, prima di me.  La risposta è sufficiente a permettere alla gnoma numero uno di riprendere, goniometro nuovo alla mano, la lezione di geometria che sta orgogliosamente impartendo a sua sorella. “Così quando la maestra lo spiega lo sai già” le dice.  Con ancora i panni sporchi in mano penso che le mie figlie siano fortunate: siamo in grado di rispondere alle loro domande, tante cose le sappiamo perché le abbiamo studiate altre perché sappiamo dove andare a cercarle. Banale? Forse.

L’improvvisata lezione di geometria è arrivata al termine di una giornata un po’ particolare, quella in cui, finalmente, mi sono decisa a leggere  Lettera ad una professoressa, libro scritto da don Lorenzo Milani nel 1967 con alcuni dei suoi ragazzi. L’ho letto perché era da tempo che desideravo farlo.

Il testo e le tesi che vi sono sostenute sono state nelle scorse settimane  al centro di un vivace dibattito. Una delle voci che più ha sollevato polemiche è stata quella di  Paola Mastrocola: la scrittrice accusa la scuola italiana di essere vittima di quello che definisce  “donmilanismo“. Tesi la sua respinta da tanti: tra le repliche circolate in questi giorni ho trovato particolarmente interessanti quelle sostenute da Vanessa Roghi e Cristiana de Santis.

Basta fare una piccola ricerca per capire come Lettera ad una professoressa sia stata, da sempre o quasi, al centro di analisi pedagogiche e non solo.

Questo post nasce da alcune riflessioni, rigorosamente in ordine sparso, che la lettura di questo libro mi ha suscitato. Riflessioni personali che toccano il mio essere mamma e nulla più.

Lettera ad una professoressa nasce sull’onda della delusione provocata in don Milani e nei suoi ragazzi dalla bocciatura di due di loro che stavano studiando da privatisti per diventare maestri di scuola elementare. Cos’è la scuola oggi ? Com’era la scuola criticata così aspramente in quelle pagine? Quale scuola avevano in mente i ragazzi di Barbiana? Queste alcune delle domande che da alcuni giorni mi frullano per la testa.

Ciò che colpisce tra le pagine è la scuola  “ideale” che in esse si delinea. La scuola che don Milani e i suoi auspicano non è una scuola appiattita verso il basso, non è una scuola “povera” ma una scuola capace di appassionare: una scuola che i ragazzi devono amare e non detestare. E’ una scuola capace di parlare la lingua dei contadini perché questi possano comprendere e parlare la lingua di chi voleva che nulla cambiasse, una scuola che per elevare parte dal basso. Doveva essere una scuola rigida e impegnativa quella proposta da don Milani e non solo per il suo essere una scuola senza vacanze.  I ragazzi più grandi insegnavano ai più piccoli a costo di rimanere indietro e il non lasciare indietro nessuno richiedeva l’impegno di ciascuno.

La mia scuola e quella di Gianni e Pierino. Ho iniziato la scuola nel 1984 e dunque non ho vissuto direttamente la scuola che ha bocciato Gianni e gli altri. Ne ho letto sui libri e ho sentito da chi l’ha vissuta racconti che sembrano provenire da un altro pianeta e che oggi farebbero accapponare la pelle anche a chi pensa che “a scuola si va solo per imparare”.

Tanti sono gli aspetti di quella scuola che nel libro vengono criticati ed esaminati, alcuni mi hanno colpito più di altri. Ciò che i ragazzi di Barbiana, forti della loro esperienza, chiedevano era una scuola inclusiva, una scuola che potesse offrire un’opportunità, migliorare i destini di chi nasceva contadino e contadino sarebbe morto. Quei ragazzi chiedevano una scuola capace di non buttare fuori, di non bocciare, coloro per i quali la scuola poteva rappresentare l’unica speranza di un’esistenza migliore.  Alla scuola chiedevano di sanare le diseguaglianze culturali, di essere strumento di quella rimozione degli ostacoli socio-economici sancita dalla Costituzione. Com’era, invece, la scuola? Era una scuola che bollava come cretino o non portato chi non aveva gli strumenti per affrontarla.  Era una scuola in cui anche la lingua accresceva le distanze. Era una scuola che premiava chi era già “bravo” ma non concedeva a tutti l’opportunità di esserlo, chi entrava svantaggiato, svantaggiato restava.

Alle elementari ho incontrato tre o quattro bambini ripetenti: a ripensarci ora, che non so che fine abbiano fatto, posso dire per certo che erano degli svantaggiati. Erano quelli che probabilmente nessuno poteva aiutare nei compiti, compiti che forse nessuno si preoccupava di fargli fare. I miei hanno una bassa scolarità ma erano comunque in grado di starmi dietro e dove non riuscivano ad aiutarmi subentrava una “rete” di cui i primi nodi erano il mio fratello maggiore e una zia.

La scuola mi piaceva e non ho mai avuto difficoltà particolari ma la storia sarebbe potuta essere diversa. I miei ci tenevano che studiassi, loro non lo avevano fatto ma consideravano la scuola uno strumento di crescita. E se a quasi quarant’anni con una laurea e tre gnomi devo ricominciare da capo la colpa non è certo di chi ha lottato per una scuola inclusiva e neppure della scuola in quanto tale. Alla scuola di massa  devo la possibilità di aver potuto fare anche se per un breve tempo il lavoro che desideravo, ma soprattutto l’incontro, e a volte lo scontro, con storie, testi, teorie che a casa non avrei potuto conoscere.  Ho incontrato qualche prof secondo cui potevo aspirare al massimo ad un istituto tecnico ( sui tecnici come scuole di serie B ci sarebbe da discutere…) e altri che che hanno saputo “guardare” e “farmi guardare” oltre i voti contribuendo al miglioramento del mio rendimento scolastico e soprattutto alla mia “crescita culturale”: in altre parole mi hanno aiutata ad appassionarmi ed essere curiosa.

Alcuni aspetti di quella scuola “classista” seppur in forma mitigata credo di averli incrociati. La scuola che ho conosciuto era sicuramente più indulgente di quella di trent’anni prima con i “meno bravi” ma il tenerli dentro sembrava, a volte, un pro forma. Probabilmente in maniera più velata di tanti anni prima esisteva ancora qualche distinzione tra i figli dei laureati e gli altri. Quello che sicuramente ancora esisteva era il “gioco”, efficacemente descritto nel libro,  delle ripetizioni, impartite rigorosamente in nero a prezzi non sempre abbordabili. Ho sempre avuto una tendenza a curiosare e quindi, pur non avendo mai acquistato tali servigi, ne conoscevo le tariffe.

Tra le parti che più mi hanno colpito di questo libro scritto cinquant’anni fa ci sono quelle inerenti la lingua. Il dibattito delle ultime settimane si è sovrapposto più volte a quello sull’insegnamento della grammatica e sulle difficoltà di scrittura che paiono affliggere liceali e giovani universitari. Non ho mai sofferto di sindrome da foglio bianco ma ho avuto per anni un rapporto conflittuale con l’uso corretto delle doppie. Ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti che hanno fatto leva su ciò che sapevo fare meglio per spingermi a trovare le strategie per superare molti errori, per altri, confesso, ricorro ancora al dizionario. I corsi di linguistica, sociolinguistica e storia della lingua italiana mi hanno permesso, diversi anni dopo,  di comprendere le ragioni di alcuni miei errori.

La scuola che ho conosciuto era diversa da quella contestata dai ragazzi di Barbiana e allo stesso modo diversa da quella frequentata dalle gnome.

La scuola nel bosco Le gnome frequentano una scuola pubblica in collina. Ci è piaciuta l’idea che il grande spazio all’aperto venisse considerato uno spazio per la didattica e che ai bambini venissero offerte opportunità formative ( vere o presunte) all’aperto. In termini più pomposi: ne abbiamo apprezzato la proposta didattico-pedagogica. Io però sono caduta, forse colpevolemente, dal pero: quella scuola così bella non è una scuola per tutti, o almeno non lo è di fatto. Basta scorrere le intestazioni delle mail nella mailing list di classe per sapere che è una scuola d’elite se non per la ricchezza almeno per la scolarità, generalmente molto elevata, dei genitori. Ci sono mille motivi dai criteri territoriali d’accesso al modo in cui vengono gestiti gli esuberi passando per il costo del bus che possono spiegare questa omogeneità ma resta il fatto che è una scuola in cui non ci sono, o sono pochissimi, gli “svantaggiati” di oggi: nessuno “straniero” ( o almeno non quelli che vengono considerati tali) e pochissimi figli di famiglie a bassa scolarizzazione. Non so come lo giudichino gli altri, per me in questa omogeneità c’è anche un rischio simile a quello che corre Pierino a crescere tra i suoi simili. Al nido e ancor più alla scuola dell’infanzia la situazione era diversa e lo sarà probabilmente anche alle medie. Forse.

Le medie Dall’inizio della quarta elementare non c’è incontro, formale o informale, tra genitori in cui non venga affrontato l’argomento “medie”. Siamo tutti alla ricerca della scuola migliore per i nostri figli ed è tutto un indagare, più o meno aperto, su quali siano le sezioni migliori. La preoccupazione è quella di “beccare” insegnanti “bravi” qualsiasi cosa voglia dire. A me, capitata più volte nelle classi non al top, viene il sospetto che le sezioni degli insegnanti bravi vengano identificate con quelle con il minor numero di alunni che rischiano di frenare la corsa del programma. Forse mi sbaglio, forse sono prevenuta ma ho la sensazione che in questo volere il meglio per i nostri figli si annidi qualcosa che non mi piace e a cui non so dare un nome. Esistono ancora quelle che per tante generazioni sono state “le classi scelte”? Saprò resistere alla sirena del “meglio a tutti costi” oppure spinta dal voler offrire il massimo farò finta di non vedere che dietro a quel meccanismo continua a perpetrarsi una forma, seppur meno spudorata, di classismo?

L’ho scritto all’inizio e lo ripeto: questi sono solo pensieri e dubbi di mamma.

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2 pensieri riguardo “Gianni, Pierino, il bosco e le medie

  1. Quando si parla di queste e altre questioni socio-politiche si corre sempre un rischio: si paragonano due cose a livelli diversi, uno di fatto, l’altro di principio. Per esempio: il comunismo come ideale è valido, ma nei fatti ha prodotto un’uguaglianza verso il basso (oltre a un pacco di morti). Una cosa è il principio, altra è la realtà. Se applichiamo lo stesso criterio alla scuola, credo che siamo in pieno nei dubbi che tu hai con molto zelo e sapienza delineato: non vorremmo essere classisti, non solo per questione morale, ma anche perché – se Dio vuole – troviamo doveroso dare una possibilità di riscatto a chi ha un background meno fortunato di noi. Se però poi è tuo figlio, quello che torna a casa e ti dice: “Oggi non abbiamo fatto ancora niente di nuovo, perché la maestra ha dovuto rispiegare le cose di ieri a Mohamed”, come ci comportiamo? Dipende da come interpreti il classismo: la discriminazione nasce nel non voler dare eque opportunità. Non nel fingere di non vedere le differenze. Forse si potrebbe vedere che Mohamed ha bisogno di qualche ora in più, per imparare la lingua, fuori dalle ore in classe, in modo da dargli gli strumenti necessari, e non penalizzare nessuno. Ma scommetto che, anche così facendo, mi direbbero che sono iniqua.

    1. Maddalena hai introdotto un altro tema delicato e concreto. Quel dare di più a chi ha meno è un nodo centrale. Quelle ore in più di cui parli mi trovano in accordo. Ma questo é già un vedere le differenze e provare ad affrontarle non cercare di bypassarle. Probabilmente stiamo affermando
      lo stesso “ideale”: il concedere a tutti eque opportunità. Nel libro sono dedicate delle parti molto interessanti a quello che viene chiamato “doposcuola”. Grazie per questo tuo intervento!

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