" Si è perso un bambino": quindici minuti di paura

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Siamo usciti di casa al gran completo come accade tutti gli anni per  il Carnevale dei Bambini. Quando i carri hanno iniziato a sfilare ci siamo divisi: le gnome sono andate con le rispettive amiche, con ogni gruppetto di bambini c’erano almeno due genitori. Io sono andata con il piccolo selvaggio. Abbiamo inseguito i carri e acchiappato un pallone. Abbiamo fatto su e giù dai carri fino a quando non ha trovato il suo preferito. Ho lasciato che salisse da solo e gli ho camminato accanto. Lui stava appoggiato alla balaustra e io gli tenevo la mano e gli occhi addosso. Poi uno squillo sul cellulare. Rispondo non sento. E’ la mamma a cui ho affidato una delle bimbe: apro wh e le scrivo un messaggio  “ci vediamo in piazza non appena termina il corteo”. Metto il telefonino in borsa, alzo gli occhi e lui non c’è più.

Non può essere possibile, non può essere sceso dal carro. Controllo meglio: della sua maschera di Topolino neppure l’ombra. Faccio il giro: nessun Topolino neppure dall’altra parte. Lo chiamo. Non risponde. Non devo farmi prendere dal panico. Vedo dei genitori che conosco: “non trovo più il bambino”. Intravedo un agente della municipale ” Ho perso mio figlio. Cosa devo fare?”. “Innanzitutto si calmi che ora lo cerchiamo”. Non sono calma per niente. Dico come si chiama, com’è vestito, come e quando l’ho perso di vista. Appena sento l’agente diramare le informazioni attraverso la radio, la paura inizia a salire. Chiamo mio marito. Mi dice di stare calma. Gli agenti sono gentili, si percepisce che sono abituati a gestire situazioni del genere.

I minuti passano lenti, lentissimi. Spero che qualcuno abbia notato un bambino andare in giro da solo e si sia rivolto ai tanti poliziotti presenti. Temo che qualcuno abbia notato un bambino andare in giro da solo e lo abbia rapito. Intanto gli agenti ricevono altre segnalazioni di bambini che si sono persi. Mi stramaledico per aver risposto al telefono. Mi sento l’essere più spregevole sulla faccia della terra. Le bimbe sanno che se ci perdiamo di vista devono rivolgersi ad una persona in divisa. A lui non l’ho ancora spiegato.

Il tempo non passa. Ho paura e cerco di non darlo a vedere. Arriva un poliziotto in borghese. “Venga lo abbiamo trovato. Stia tranquilla sta bene”. Lo abbraccio. Piango. ” Quando c’è confusione sono cose che possono capitare” mi dice la poliziotta in borghese che lo tiene in braccio. Respiro come chi si è appena lasciato alle spalle un pericolo a cui non vuole neppure dare un nome. Ringrazio tutti. Lo abbraccio. Saluto i poliziotti. Vanno a cercare gli altri bimbi sfuggiti allo sguardo dei genitori. Richiamo mio marito. La voce mi trema ancora. Tira un sospiro di sollievo.

Gli chiedo cosa è successo, dove è stato. Mi spiazza con una risposta che può uscire soltanto dalla bocca di un bambino. Gli spiego per l’ennesima volta che non deve allontanarsi. La gioia non mette a tacere i sensi di colpa. Mi sento maledettamente in colpa: stavo cercando di “recuperare l’altra figlia” ma questo non mi assolve dall’averlo perso di vista.

Solo qualche ora dopo penso di non aver fatto due cose che faccio sempre quando andiamo a manifestazioni affollate: non ho scritto i nostri numeri di telefono sulle braccia dei bambini e non ho messo loro in tasca i biglietti da visita. Per non perderli l’unica cosa che funziona è l’attenzione, i famosi occhi “davanti e dietro” di cui parlava mia nonna. Un numero di telefono in tasca può ridurre il tempo interminabile che passa dal perdersi di vista al ritrovarsi.

 

 

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