Giornata della memoria. Il dolore che non riesco a immaginare

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“Da quando sono mamma non sopporto più le tragedie che hanno a che vedere con i bambini”. La citazione è imprecisa ma rende l’idea di una frase letta in un libro non ricordo quale, tra i tanti sulla maternità divorati quando aspettavo la gnoma numero 1.

Negli anni mi è tornata in mente tante volte. Non avevo creduto che potesse accadere anche a me. E invece è successo tante volte: è successo quando le agenzie battevano storie di bambini morti , per qualsiasi ragione, o vittime di soprusi. Succede ogni anno il 27 gennaio. Succede nella Giornata della Memoria.

La prima volta ero in redazione. Stavo montando un pezzo sulla Shoah. Davanti a quelle immagini, a quei bambini liberati da Auschwitz ho pensato a mia figlia. Ricordo lo sguardo della mia collega e immagino che anche lei abbia provato lo stesso disagio.

E’ successo di nuovo stamattina. Le prime pagine dei giornali ricordavano la Giornata della Memoria e il dovere della memoria. Ho guardato le home page velocemente come faccio quasi tutte le mattine. Poi ho vestito il selvaggio e siamo usciti per andare a scuola. C’era meno uno stamattina e io avevo dimenticato i suoi guanti. “Mi si gelano le manine!” ripeteva. L’ho preso in braccio, ha sorriso. Gli ho scaldato le manine tra le mie,poi si è infilato le mani in tasca, nelle tasche del suo giubottone imbottito di pail. E mentre guardavo il suo sorriso, non so per quale associazione di idee, mi è tornata in mente la Giornata della Memoria. Ho pensato al freddo di manine che nessuno poteva più scaldare. Ho pensato alla fame, alla morte, alla paura, al dolore della separazione. Ho pensato che ad Auschwitz, liberato 72 anni fa, erano internati anche bambini. Bambini che in tanti casi sono stati i primi ad essere mandati a morte. Bambini strappati alle madri e ai padri, da altri padri. Film e libri ci hanno mostrato uno spaccato di quello che doveva essere quell’inferno. Un inferno in terra, un inferno creato dall’uomo. Un inferno che solo chi lo ha vissuto ha conosciuto ma che noi non possiamo ignorare.

Poi un altro salto, forse scorretto dal punto di vista storico, ma inevitabile da quello emozionale: dai bambini di Auschwitz ai bambini vittime delle guerre che ancora oggi devastano l’umanità. Ancora una volta mi ha assalito un senso di impotenza e ho provato ad immaginare quel che passa per la testa dei loro genitori e che è passato per la testa dei genitori finiti nei campi di sterminio nazista. E penso solo che davvero la memoria è un dovere anche quando fa male, proprio perché fa male.  Ricordare dovrebbe servire ad evitare il ripetersi delle pagine più buie e atroci. Il ripetersi del male, anche se in altre forme, meno scientifiche e sofisticate della follia nazista, non deve farci credere che ricordare sia inutile. Ricordare serve e servirà. Lo dobbiamo ai nostri figli. Lo devo ai miei figli.

 

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