Lu e le mamme speciali

fotolu

Qualche giorno fa sul sito dell’associazione CiaoLapo è stato pubblicato un nuovo post dal titolo Le mamme speciali, la genitorialità dopo un lutto perinatale.  Come sempre mi succede ho impiegato qualche giorno prima di leggerlo: avevo bisogno di calma dentro e fuori di me.

L’articolo contiene l’intervista ad una neolaureata in antropologia, Valentina Giuliano, che ha scritto una tesi sulle mamme speciali, come le mamme dei bambini nati morti si chiamano tra loro. Un aggettivo – viene spiegato – che rimanda all’appartenenza ad un genere specifico, quello dei genitori che hanno perso un figlio ma continuano a sentirsi fortemente legati ad esso. Un uso del termine “speciale” che si deve a Claudia Ravaldi, madre di Lapo e fondatrice di CiaoLapo. La ricerca, condotta con metodo etnografico, è stata portata avanti a Bologna e dintorni; è durata un anno ed è stata realizzata con l’aiuto dell’associazione L’AUrorA.  La giovane antropologa per un anno ha partecipato agli incontri di auto-mutuo-aiuto e agli altri eventi organizzati dalla onlus. Valentina racconta che l’idea di svolgere una tesi sulle partiche commemorative messe in atto dai genitori speciali   è nata dopo essere stata al cimitero della Certosa e aver notato una zona in cui sono sepolti i bimbi nati morti o morti nei giorni immediatamente successivi al parto.

 

Inutile negare che mi sono ritrovata in tante delle argomentazioni e delle esperienze descritte. Viene spiegato -ad esempio- che sono soprattutto le donne a farsi carico delle pratiche commemorative e a partecipare ai gruppi di auto-mutuo-aiuto. Un’esperienza quella dei gruppi AMA che io non ho fatto e che forse mi è mancata. Ad ogni incontro nazionale e ad ogni Babyloss a cui partecipo ho sempre notato e guardato con ammirazione il legame che esiste tra le mamme che frequentano questi gruppi: salta agli occhi la confidenza, la fiducia, il supporto, la complicità che le unisce.  Non ho frequentato un gruppo AMA ma non riesco ad immaginare quanto più duri sarebbero stati i mesi successivi alla perdita e quelli della gravidanza successiva se non li avessi condivisi con le altre mamme di CiaoLapo. Ho scritto fiumi di parole in quei lunghi mesi per raccontare quello che stavo vivendo, per provare a confortare ma soprattutto per trovare conforto. Protetta dalla tastiera e ancor più dall’accoglienza e dal calore delle altre ho messo nero su bianco il dolore, la paura e le speranze. E su quelle stesse pagine ho trovato ciò che ti può essere donato da chi in quel momento sta vivendo una situazione analoga, mamme che considero amiche anche senza averle mai incontrate di persona o incontrate nel clima denso di emozioni del Babyloss o del Giardino degli Angeli. Con loro ho condiviso l’esplosione di gioia della nascita di Ascanio, gioia che è stata accolta e condivisa come sempre accade quando una delle mamme stringe tra le braccia il suo arcobaleno.

L’articolo è ricco di spunti. Mi sono soffermata in particolare sulla parte dedicata alle tombe dei bambini. Leggendo una cosa scritta da altri ho realizzato un concetto che finora avevo confinato alla sola sfera del cuore: prima di Lucrezia pensavo che i fiori sulle tombe servissero a ricordare, dopo ho capito che servono anche a prendersi cura. La mia piccolina è sepolta in Sardegna e dunque riesco a portarle dei fiori tre-quattro volte ogni estate e una o due durante le vacanze di Natale. Ogni volta quelle visite portano con se qualcosa di doloroso e al contempo dolce: rinsaldano un legame che non si è mai spezzato e che mai si spezzerà. Andare dal fioraio e poi al cimitero è fare qualcosa per lei a cui avrei voluto cambiare i pannolini, offrire il seno e tutte quelle cose che si fanno con e per i figli. Andarci col papà inoltre arricchisce di sfumature questo legame.

Un altro concetto importante ribadito nel post riguarda la “nascita sociale” dei bambini nati con gli occhi chiusi. In estrema sintesi: quando un bambino nasce senza vita, spesso, non viene riconosciuto dalla comunità degli adulti che circondano i suoi genitori. Non mi stancherò di ripetere che fortunatamente per me non è stato così: tutte le persone a me più vicine, ma non solo, hanno riconosciuto Lu come la mia bambina, la mia terza bambina. E questo credo mi abbia risparmiato un po’ di quella rabbia che sicuramente il veder sminuito quanto si sta vivendo deve portare con se. Eppure una percezione di questo mancato riconoscimento la intuisco ogni volta che, parlando con qualcuno che ignora o finge di farlo, cala il gelo quando la nomino. Non posso non pensare a quanto debba essere doloroso il vedere il proprio figlio ignorato, magari anche solo per imbarazzo, dalle persone che si vorrebbe sentire vicine. E allora per favore, se mai vi dovesse capitare di incontrare una mamma speciale non abbiate paura di pronunciare il nome di quel bimbo o quella bimba che lei porta nel cuore.

 

Seguitemi e condividete se vi va
Potresti leggere anche:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *