Diario semiserio di un weekend viennese con pargoli

img_5421Viaggiare con i bambini è bello ma non è quell’esperienza rilassante e fiabesca che qualcuno tenta di venderci. Almeno non lo è per noi e proverò a spiegarvi perché raccontandovi il nostro ultimo week-end quattro adulti e sei bambini a Vienna e dintorni.

Giorni divertenti e faticosi in cui palazzi imperiali e wiener schnitzel si sono abbinati a discussioni filosofiche sul chi dovesse sedersi vicino al finestrino in metropolitana e sull’eterno dualismo scale mobili- ascensore.

Diversamente da sette anni fa Booking non ci ha aiutato a trovare una super offerta e così abbiamo rinunciato all’albergo cinque stelle a prezzi stracciati con orsacchiotto in omaggio e ripiegato su un appartamento fuori città: quattro camere di cui due rimaste inutilizzate perché  le gnome più grandi e le loro due amiche ne hanno approfittato per concedersi una tre giorni di pigiama party.

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Il nostro primo giorno a Vienna lo abbiamo dedicato alla Hofburg, la residenza imperiale. Lasciate le macchine nel park and ride più vicino alla nostra metà non senza stupirci (per l’ennesima volta) di come si possa favorire l’uso dei mezzi pubblici permettendo di lasciare l’auto in sosta a soli 3,40 euro al giorno partiamo spediti verso la nostra destinazione. Appena arrivati nei pressi del maestoso palazzo imperiale abbiamo cambiato programma e deciso di visitare le sontuose sale dopo la  Serra delle farfalle. Nel giro di pochi minuti, anche se non a un prezzo modico, ci siamo ritrovati all’interno di questo splendido edificio Liberty all’interno del Burrgarten, il giardino privato dell’imperatore Francesco Giuseppe.  Nel varcare la soglia della serra ci siamo lasciati alle spalle i primi freddi per immergerci in una foresta vergine in miniatura dove, con una temperatura di 26 gradi e un’umidità dell’80%, centinaia di farfalle di ogni colore e dimensione volano, si posano sui fiori e sulle spalle dei visitatori. Ovviamente tra foto alle farfalle e ai pargoli siamo rimasti all’interno della serra più del previsto ma, nonostante Giuditta fosse un po’intimorita dalle farfalle che le svolazzavano accanto, ne è valsa la pena. Usciti dalla serra i bambini hanno giocato tra gli alberi del parco mentre io mi sono lasciata incantare dagli splendidi colori dell’autunno viennese, colori che avevano già attirato la mia attenzione nel tragitto verso la capitale. Subito dopo e quasi senza volerlo abbiamo pranzato in uno dei chioschi di wurstell più famosi della città: il Bitzinger Wursterland proprio accanto all’Albertina. Una leggera pioggia non ci ha impedito di metterci in fila davanti a questo chiosco per gustare un delizioso panino non proprio a buon mercato. Lo gnometto ne ha approfittato per inseguire i piccioni e impiastricciarsi di senape e ketchup. E così, sfamati grandi e piccini, ci siamo diretti alla volta della Hofburg.

Maestosa e sontuosa sono forse i due aggettivi che descrivono meglio la Hofburg, la residenza imperiale. La nostra visita è iniziata dal Museo dell’argenteria  dove sono conservati servizi da tavola e suppellettili della famiglia imperiale. Così come avevano fatto alla Residenz di Monaco, le bambine si sono fatte rapire dall’audio guida senza trascurare un solo piatto o bicchiere. La cosa ha un po’innervosito i due treenni della compagnia interessati più a correre e giocare che non alle porcellane e alle argenterie di corte. Mentre la sua coetanea si è concessa un pisolino, Ascanio non ne ha voluto sapere e si è impadronito della mia audio guida, passatempo che lo ha tenuto impegnato almeno per un po’. Così, con quattro piccole turiste, una principessa addormentata e un selvaggio desideroso di essere altrove abbiamo varcato la soglia degli appartamenti imperiali. Camere da letto, sale e saloni da cui gli Asburgo dettarono la politica del loro tempo e in cui visse malvolentieri l’imperatrice Elisabetta a noi meglio nota come Sissi. Come sette anni prima, mi assale la malinconia al pensiero di questa donna strappata alla sua Baviera e catapultata in una corte da cui ha sempre cercato di fuggire. Ancora una volta la consapevolezza di quanto Elisabetta fosse lontana dalla  Sissi, interpretata da Romy Schneider, nella trilogia degli anni cinquanta, è cresciuta tra le sale del museo dedicato all’imperatrice.

Le bambine si incantano davanti agli abiti da sogno, io e la mia amica ci incupiamo di fronte alla storia di questa donna bellissima e irrequieta, refrattaria alla rigida etichetta di corte e segnata dall’allontanamento dai figli, allevati dalla suocera, e ancor più dalla morte della primogenita Sofia. Abiti, abitudini, poesie e ritratti restituiscono la sua vita complicata, diversa dalla giovane imperatrice del film e ancora di più dal personaggio dei cartoni animati. Una distanza che non ha lasciato indifferenti neppure le bambine.

Quando usciamo dal palazzo è già buio. Il biglietto ci consente anche l’ingresso al Museo dei mobili imperiali. Quando arriviamo è quasi orario di chiusura ma il tempo basta per gironzolare tra le sale di quello che era l’antico deposito dei mobili imperiali, mobili che per lungo tempo sono stati trasportati nelle diverse residenze asburgiche a seconda delle esigenze dei regnanti. La nostra attenzione si ferma sul  lettino della principessa Sofia e sulla culla di suo fratello Rodolfo. Lasciamo il museo intorno alle 19 pronti a mantenere la promessa fatta ai bambini prima di partire: la ruota panoramica del Prater. 

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Visti i prezzi, noi che ci siamo già stati, lasciamo che a salire sulla ruota, costruita tra il 1896 e 1897 siano i nostri amici e i bambini. Dall’alto il panorama è veramente stupendo ma a noi spetta un compito non da poco: trovare un posto dove concederci una gigantesca wiener schnitzel, cugina austriaca della nostra cotoletta alla milanese. Abbandonata in partenza l’idea di tornare, con sei pargoli urlanti al seguito,  al famosissimo Filgmuller, ove si narra sia nato questo piatto simbolo della cucina viennese, affido al marito il compito di consultare TripAdvisor. Mentre lui si dedica allo smartphone io ho il tempo di curiosare tra le vecchie foto che raccontano la storia della ruota.

La missione cena fallisce miseramente. Al termine di una lunga comparazione dei commenti degli utenti, optiamo per un ristorante lontano dal centro. La cotoletta nella foto è gigantesca e il rapporto qualità prezzo considerato ottimo. Il locale è distante ma siamo sicuri che la fatica verrà ricompensata e cerchiamo di non dare troppo peso alle lamentele dei sei affamati che ci seguono non troppo convinti. Quando arriviamo il locale è pieno, le porzioni e l’aspetto del cibo superiore alle nostre aspettative…peccato solo che fossimo in dieci e senza prenotazione. I bambini minacciano l’ammutinamento e così ripieghiamo su un ristorante di una catena. Alla fine, pur non essendo da urlo, la cotoletta non è male e usciamo dal locale con una doggy bag che si rivelerà molto utile l’indomani.

La notte viennese avrebbe ancora tanto da offrirci ma per due famiglie con bambini è giunto il momento di recuperare l’auto è tornare a casa.

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Il secondo giorno abbiamo come metà principale Schonbrunn. Prima di rimetterci sulle orme degli Asburgo, cerchiamo di convincere i bambini ad imbottirsi per benino a colazione. L’appello cade quasi nel vuoto e, alle porte dell’arcinota residenza estiva della famiglia imperiale, ci è venuta in soccorso la doggy bag con il suo contenuto di cotolette avanzate. Una volta dentro il palazzo, le bimbe ricadono vittime della sindrome dell’audio guida mentre il selvaggio, non si sa come, riesce a cambiare l’impostazione della lingua passando con nonchalance dall’italiano al tedesco e da questo allo spagnolo.

Le sontuose stanze del palazzo ci riportano indietro nel tempo ed eccoci di nuovo alle prese con Sissi, i suoi tormenti e le sue manie. Il tour è anche un occasione per un ritratto, seppur veloce e “turistico” di suo marito: altro che il bel Franz del film; Francesco Giuseppe viene descritto come “il primo funzionario dell’impero ” che ogni giorno iniziava a lavorare alle cinque del mattino. “E cos’era imperatore a fare?” si chiedono, sdegnati, i nostri mariti. La coppia imperiale non è stata l’unica ad abitare queste stanze e tra gli altri illustri padroni di casa spicca Maria Teresa con i suoi sedici figli. L’imperatrice maestra nella politica matrimoniale ( tutti ricordiamo la figlia Maria Antonietta data in sposa al re di Francia ), sotto le vesti di donna di stato  aveva anche un cuore se è vero che nel suo breviario aveva annottato il numero dei giorni felici passati accanto al marito Francesco Stefano.

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Finita la visita del castello è già ora di pranzo: decidiamo per un panino veloce ma l’hot dog del chiosco antistante il palazzo  non è lontanamente all’altezza di quello del giorno prima. A questo punto le bimbe fremono: vogliono trasformarsi in regnanti. Mi munisco di pazienza e accompagno le quattro più grandi nelle sale del kindermuseum della reggia. La parte più divertente ( e quella per la quale fremevano) è all’inizio quando dei grandi armadi stracolmi di costumi, accessori e parrucche permettono alle fanciulle di trasformarsi in principesse, granduchesse e dame di corte. Confesso: alla fine ho ceduto e ho indossato anch’io il costume da gran dama anche se sopra i jeans non rendeva onore al mio figurino! Il resto delle sale permette ai bambini di intravedere la vita dei loro coetanei dal sangue blu ma per divertirsi di nuovo bisogna aspettare l’ultima sala dove una grande tavola imbandita invita i bambini a inscenare un pasto regale. Qui, però, i ruoli non tengono e le quattro si immedesimano contemporaneamente in commensali, cuoche e cameriere.

Al termine del percorso le bambine sono entusiaste e non vedono l’ora di rivedere le foto in cui le ho immortalate in abiti imperiali, ma la delusione è alle porte: il  labirinto ormai è chiuso!  Io, invece, mi rendo conto che anche stavolta il tempo non basterà per visitare il Belvedere e che quindi ancora una volta dovrò rinunciare al Bacio di Klimt. Le proteste delle pargole ci accompagnano fino in centro. Non ci sottraiamo alla tappa obbligata al duomo di Santo Stefano: questo gioiello gotico è uno dei simboli della città e meriterebbe una visita più accurata della nostra. A questo punto puntiamo a un altro simbolo di Vienna: la Sacher Torte. I sei bambini al seguito, più che la fila all’esterno, ci fermano dal tornare al mitico Hotel Sacher.  Ci accontentiamo di una sosta da Aida ma la Sacher non è la stessa e ci dobbiamo consolare con una fetta di, questa sì sublime, Mozart Torte: un elegantissimo concentrato calorico a base di marzapane, cioccolato e pistacchio. Insomma la “versione torta” delle onnipresenti palle di mozart che da Salisburgo hanno invaso l’Austria.

Finita la merenda le bambine iniziano a lamentarsi per 100 motivi diversi: sono stanche e, visto che non si sono strafogate di torta, hanno pure fame. Non ci resta che trovare un posto dove cenare. Rinunciamo ai locali lontani e, fedeli seguaci di Trip Advisor, decidiamo per l’Augustinerkeller. Il ristorante non è lontano e approfittiamo della strada per ammirare i palazzi che si affacciano sulle strade della zona pedonale. I nostri amici si concedono un’altra gigantesca wiener schnitzel, molto gradita anche dai bambini a cui ne basta una in tre. Noi, invece, memori delle nostre scorribande in Baviera, ci concediamo un gigantesco stinco di maiale che, come già successo a Monaco,attira l’attenzione e le fauci delle pesti. Per finire ordiniamo una porzione di kaiserschmarren. Pare fosse il dolce preferito da Francesco Giuseppe e la leggenda vuole che sia nato da un errore: l’imperatore ordinò una frittata da consumare nel suo studio e il cuoco di corte, impegnato nella preparazione della cena, prima dimenticò la frittata sul fuoco poi la ruppe e per rimediare la servì al sovrano cosparsa di zucchero a velo e confettura. E con questa grossa crepè spezzettata è finita la nostra breve ma intensa incursione nella capitale austriaca.

 

 

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