Quando la scuola è chiusa

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Scuola aperta o scuola chiusa? Venerdì mattina mi sono alzata senza sapere se lo gnometto, il più selvaggio della famiglia, sarebbe andato a scuola o meno. Alle otto in punto ho iniziato a chiamare la materna per sapere se il personale avrebbe aderito o meno allo sciopero. Alle otto e quaranta non ero ancora riuscita a parlare con nessuno e lo sciopero degli autobus ha fatto il resto: si sta a casa. Sotto sotto ero felice di questa giornata senza curricula da inviare, post per BolognaNidi da scrivere, mail da controllare. Sarebbe stata una giornata tutta per noi, la prima dall’inizio della scuola dell’infanzia.

Alle nove e mezza la mia autostima era alle stelle: ero riuscita a farlo stare nel carrello al supermercato ( dove la fama del selvaggio è ben nota) e tornato a casa non mi aveva neppure chiesto di guardare i cartoni animati. Alle dieci e un quarto il vento ha iniziato a cambiare: l’ho beccato smangiucchiare il panetto di burro dimenticato nella busta della spesa e buttarlo schifato nella spazzatura. Diffidare sempre dai treenni silenziosi. Alle dieci e mezzo la situazione ha iniziato a precipitare: mentre mandavo un whatsapp al papà per dire che “no, lo gnomo non sta distruggendo casa”, il fanciullo, dopo avermi fatto credere di essere impegnato a disegnare coi gessetti sulla lavagnetta,  ha guadagnato il bagno e spremuto un intero tubetto di dentifricio nel lavandino, la monelleria nella top delle ultime settimane. Da mamma di esperienza quale sono ho capito che era giunto il momento di andare al parco.

Alle undici eravamo al parco semi deserto nonostante le tante scuole chiuse. Alle undici e venti  ero sicura di averlo convinto a lasciar perdere le pozzanghere. Sarò pure una mamma di esperienza ma non avevo pensato, vista la pioggia del giorno precedente, di equipaggiare il selvaggio dei suoi amati stivaletti di gomma. La certezza è miseramente svanita alle undici e trenta quando stanco di trotterellare tra scivoli, altalene, cavallini e arrampicate di vario tipo si è fiondato a scheggia dentro una pozzanghera, ovviamente la più grossa nel raggio di duecento metri. Quando sono riuscita ad afferrarlo senza infilarmi anche io nella pozzanghera ovviamente era tutto inzaccherato e ho dovuto realizzare che non mi ero limitata a non mettergli gli stivali da pioggia ma che, addirittura, i suoi piedini calzavano delle scarpe che fino ad un momento prima potevano forgiarsi del titolo di “scarpe nuove”. Alle undici e quaranta, ormai incuranti delle pozzanghere, è stata la volta di un torneo di nascondino in cui lui mi veniva a cercare dopo avermi ordinato dove nascondermi.

Alle dodici ci siamo avviati verso casa e il suo non aver tentato neppure una fuga ha riportato la mia autostima materna ben al di sopra del livello a cui l’avevano fatta precipitare la pozzanghera, il dentifricio e il burro. Ovviamente l’autocompiacimento è stato interrotto dalla malsana idea di andare a ricomprare il burro finito nella spazzatura…eh sì, stavolta al supermercato non è andata liscia come alle nove e non ci siamo fatti mancare qualche rocambolesco inseguimento tra le corsie. Il selvaggio è improvvisamente tornato buono dieci minuti dopo e con i suoi occhioni da cerbiatto è riuscito a farsi trasportare per tre piani di scale. Non ho fatto in tempo ad aprire la porta di casa che lo gnomo è tornato in modalità “selvaggio” e per cambiarlo senza inseguirlo da una stanza all’altra mi sono dovuta far aiutare da Masha e Orso.

Un pranzo senza incidenti e una montagna di panni stirati con l’immancabile compagnia di Chicken Little ( cosa ci troverà un selvaggio di tre anni nelle tematiche adolescienziali in salsa disney resta un mistero) hanno risollevato l’asticella dell’autostima materna prima della corsa al recupero sorelle. Alle sedici e trenta, con largo anticipo non solo rispetto alla media ma anche al necessario, eravamo alla fermata dello scuolabus: io pronta ad affrontare il caos dello spogliatoio della piscina, lui placidamente addormentato nel passeggino. L’asticella però è precipitata vertiginosamente poco più di un’ora dopo quando il pargolo, fresco e riposato, è fuggito mentre incautamente cercavo la sua cuffia nel borsone  in cui  contemporaneamente tentavo di infilare i vestiti delle sorelle. L’ho  recupero due minuti più tardi: come da copione stava smangiucchiando i pop corn rimasti sul fondo della macchinetta, peccato solo che avesse addosso solo il costumino! Dopo aver farfugliato qualcosa nel tentativo di giustificarmi con le altre mamme e aver consegnato il pargolo all’istruttrice mi sono preparata psicologicamente al passo successivo: le docce.

Solo chi frequenta una piscina pullulante di bambini e genitori sa in quale girone infernale possono trasformarsi le docce quando cinque o sei corsi di bambini dai tre anni in su escono contemporaneamente dall’acqua. Comunque la situazione era sotto controllo: tre figli sotto due docce e perfetta memoria di dove erano stati appesi gli accappatoi. Lo gnometto come sempre ha deciso di levarsi il sapone sopra i miei pantaloni piuttosto che sotto l’acqua e così, grondante quasi quanto i bambini, ho accompagnato i bimbi dall’inferno delle docce al purgatorio dello spogliatoio. Abbandonate le più grandi al loro destino con “vestitevi e asciugatevi i capelli” mi sono dedicata al più piccolo, fallendo miseramente nell’intento di non lasciarlo scappare. Almeno stavolta però stava cercando di trafugare i popcorn in accappatoio. Il momento più basso della giornata però doveva ancora arrivare e si è presentato cinque minuti prima di prendere la via di casa proprio all’arrivo del papà, il che ha reso impossibile qualsiasi scusa per averlo perso di vista per l’ennesima volta. Non pago di quelli mangiati a scrocco il pargoletto si è lanciato all’inseguimento di un bambino dotato di un megabicchiere di popcorn proprio mentre io cercavo di allacciarmi le scarpe e rispondere alle domande paterne sull’andamento della giornata. Non fosse stato per una mamma che ha sventato l’evasione lo gnometto avrebbe seguito i popcorn fino a casa del legittimo proprietario.

A seguire nell’ordine: la cena, le trattative per mettere il pigiama e quello sulle pagine di Harry Potter da leggere alle grandi, i centododici libri depositati sul mio letto dal piccolo, la ninnananna e infine la nanna. Insomma tutte quelle cose di routine che, lo so, prima o poi mi mancheranno. A fine giornata ero provata ma felice. Felice perché anche l’ennesima fuga era stata sventata, felice perché il selvaggio dormiva incolume nel suo letto ma soprattutto felice per una giornata tutta nostra!

 

 

 

 

 

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